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Tomba del Conte Ugolino Della Gherardesca Divina Commedia Dante Alighieri

Cappella conti Gherardesca (11)La tomba del famoso Conte Ugolino della Gherardesca (Pisa 1210 – Pisa 1289), nobile e politico italiano, ghibellino e guelfo, comandante navale, uno dei personaggi più famosi della Divina Commedia di Dante Alighieri, si trova da secoli nel complesso monumentale di San Francesco, come attestanto documenti storici: prima nel chiostro e poi, dal Novecento, all’interno della chiesa in una delle cappelle del transetto.

Ugolino Della Gherardesca ricopriva un’importante serie di cariche nobiliari: Conte di Donoratico, secondo in successione come Signore del Cagliaritano e Patrizio di Pisa; divenne Vicario di Sardegna nel 1252 per conto del Re Enzo di Svevia, e fu uno dei vertici politici di Pisa dal 18 aprile 1284, come Podestà, al 1 luglio 1288, giorno in cui fu deposto dal ruolo di Capitano del Popolo.

Gli attriti con l’Arcivescovo di Pisa, Ruggieri degli Ubaldini, nonché capo fazione ghibellino, portarono la sua posizione a peggiorare a tal punto che finì con alcuni figli e nipoti rinchiuso in una torre, dove morì per inedia nel marzo 1289.

La sua figura fu rappresentata, vent’anni dopo, nel canto XXXIII dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Ugolino era passato alla fazione guelfa grazie ad una serie di frequentazioni e ad un’amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti, tanto che una delle sue figlie, Giovanna, andò in sposa a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura, mentre l’altra sua figlia, Giacomina, sposò nel 1287 il Giudice di Arborea Giovanni.

Tra il 1256 e il 1258 fu impegnato assieme a Gherardo della Gherardesca e gli alleati sardi in varie guerre contro il Giudicato di Cagliari di cui, a seguito della spartizione dello stesso nel 1258, ne ottenne una vasta porzione nella parte occidentale, dove favorì la nascita dell’importante città mineraria di Villa di Chiesa .

Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini contro il Podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, e che finirono con l’arresto di Ugolino e l’esilio per Giovanni. Morto Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio, un confino terminato qualche anno dopo grazie all’aiuto di Carlo I d’Angiò.

Nuovamente inserito nel tessuto politico pisano, fece valere la propria formazione diplomatica e bellica: nel 1284 era uno dei comandanti della flotta della repubblica marinara, e ottenne piccole vittorie militari contro Genova nella guerra per il controllo del Tirreno che era scoppiata quello stesso anno.

Partecipò anche alla battaglia della Meloria del 1284, dove Pisa fu pesantemente sconfitta e in seguito alla quale perse territorio ed influenza.

Secondo alcune testimonianze dell’epoca, durante la battaglia, Ugolino non riuscì a concludere alcune manovre navali, in particolare il ritiro di alcuni vascelli da una parte dello specchio d’acqua per rinforzarne altri: si convenne dunque che Ugolino stesse cercando di scappare con le forze a sua disposizione, e si generò il sospetto che fosse null’altro che un disertore, fermato più dal precipitare degli eventi che da un effettivo ripensamento.

Stemma Della GherardescaConclusa l’esperienza con la marina, e nonostante le accuse che gli venivano rivolte, Ugolino fu nominato prima Podestà (1284) e poi Capitano del Popolo (1286) assieme al figlio di Giovanni Visconti, Nino, suo nipote.

Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la Repubblica: approfittando infatti della semi-distruzione della flotta pisana, Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città.

Avere un vertice guelfo a capo di una città ghibellina avrebbe aumentato le possibilità di dialogo e smorzato i contrasti tra i governi, a patto di poter contare su una personalità forte.

Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze, che pacificò corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, alcune alte cariche della città.

In qualità di uomo più influente di Pisa prese poi contatti coi Lucchesi, che desideravano la cessione dei castelli di Asciano, Avane, Ripafratta e Viareggio; pur sapendo che per Pisa si trattava di una concessione troppo ampia, essendo tali piazzeforti una serie di punti chiave del sistema difensivo cittadino, acconsentì alle pretese di Lucca, e con questa convenne in segreto di lasciarle senza difesa.

Alla conclusione dell’operazione, che fattivamente poneva fine al conflitto, Pisa manteneva il controllo delle sole fortezze di Motrone, Vicopisano e Piombino.

I negoziati di pace con Genova non furono meno dolorosi: riguardo al fallimento delle trattative esistono due versioni, probabilmente diffuse dalle fazioni politiche coinvolte. Secondo una leggenda di chiara origine ghibellina, Ugolino decise di non cedere alle richieste genovesi – il passaggio di mano della rocca di Castello di Castro, l’odierna Cagliari – in cambio dei prigionieri pisani per impedire il rientro di alcuni capi ghibellini imprigionati a Genova. Secondo una voce più probabilmente guelfa, alcuni tra i prigionieri avevano dichiarato, interpretando l’umore di tutti, che avrebbero preferito morire piuttosto di vedere una piazzaforte costruita dagli antenati cadere senza combattere, e se fossero stati liberati avrebbero impugnato le armi contro chiunque avesse consentito uno scambio tanto disonorevole.

Curiosamente, l’insieme delle trattative riuscì ad accontentare chiunque all’infuori di Pisa, e a scontentare tutti i Pisani: i ghibellini cominciavano a guardarlo come un traditore in battaglia come in politica, per essere passato alla parte guelfa in gioventù, per la “diserzione” della Meloria e per il sacrificio dei capi ghibellini a Genova, al momento destinati alla vendita come schiavi; i guelfi lo consideravano ambiguo, privo di una vera affidabilità per le proprie origini ghibelline, dalla concessione facile nei confronti dei nemici, e troppo avido di ricchezze e potere per costituire una guida sicura per la città.

Il duumvirato con Nino ebbe dunque vita breve: costui decise di appropriarsi del titolo di Podestà insediandosi nel palazzo comunale, e si avvicinò alla maggioranza ghibellina entrando in contatto con l’Arcivescovo, nonché capo fazione del patriziato e dei sostenitori dell’Impero, Ruggieri degli Ubaldini.

Il Conte reagì con assoluta fermezza: nel 1287 scacciò e fece demolire i palazzi di alcune famiglie ghibelline prominenti, occupò con la forza il palazzo del Comune, ne scacciò il nuovo Podestà e si fece proclamare Signore di Pisa.

Nell’aprile dello stesso anno giunse a Pisa una delegazione di Ambasciatori genovesi per trattare la pace e decidere sulla sorte dei numerosi prigionieri della Meloria, per la cui liberazione si era deciso di abbassare il riscatto: anziché la cessione di Castello di Castro, Genova si sarebbe accontentata di una somma in denaro.

Ugolino, all’apice del potere, vide però nel ritorno dei prigionieri una minaccia, tanto più che questi gli avevano giurato vendetta per il fallimento delle trattative iniziali: in risposta alla delegazione, che rientrò a Genova a mani vuote, le navi pisane cominciarono ad aggredire i mercantili genovesi nell’alto Tirreno, per mano dei corsari sardi.

Per scongiurare che anche il nipote Nino diventasse una minaccia all’unità del proprio potere, fece rientrare in città alcune delle famiglie ghibelline scacciate (i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi), le cui milizie si unirono a quelle dei Della Gherardesca: una mossa che valse una parziale pacificazione con Ruggieri degli Ubaldini, il quale fece finta di non vedere quando il Visconti gli chiese appoggio contro le forze politiche schierate contro di lui.

Esiliato il nipote, Ugolino si permise il lusso di rifiutare un’alleanza con l’Arcivescovo in un delicato momento per la storia della Repubblica: nel 1322 Pisa soffriva di un drammatico caro viveri, che limitava la circolazione delle merci e impediva l’approvvigionamento della popolazione. Il casus belli fu l’uccisione di un nipote dell’Arcivescovo, perpetrata da Ugolino, che il 1 luglio 1288 si ritrovò coinvolto in una serie di attacchi.

Catturato con i figli e i nipoti, fu rinchiuso nella Torre della Muda, una torre dei Gualandi.

Per ordine dell’Arcivescovo, nel 1289 fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell’Arno, e di lasciare i cinque prigionieri a morire di fame.

La stirpe Della Gherardesca sopravvisse grazie ad uno stratagemma dello stesso Ugolino che, saputo di dover essere imprigionato, sostituì i figli con quelli di una serva, consentendo al suo ramo familiare di non estinguersi.

Se la biografia di Ugolino della Gherardesca è suffragata da alcune prove storiografiche, la terribile fine del Conte nei suoi tragici aspetti deve la sua fama e la sua diffusione esclusivamente a Dante Alighieri, che lo collocò nell’Antenora, ovvero il secondo girone dell’ultimo cerchio dell’Inferno (a metà tra i canti XXXII e XXXIII), tra i traditori.

Secondo Dante, i prigionieri morirono per inedia lentamente e tra atroci sofferenze e, prima di morire, i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni.

Nel poema, Ugolino afferma che più che il dolor poté il digiuno, con una doppia, ambigua interpretazione: in un caso, il Conte ormai impazzito si ciba della progenie; nell’altro, resiste al dolore e lascia che sia la fame a dare il colpo di grazia ad un uomo già distrutto dal dolore per la perdita dei figli.

La prima conclusione, la più terrificante e raccapricciante, fu quella che convinse maggiormente l’ampio pubblico della Commedia, almeno inizialmente: per questa ragione Ugolino è passato alla storia come il Conte cannibale e viene spesso rappresentato con le dita delle mani strappate a morsi.

Studi più recenti hanno invece portato gli studiosi ad optare per la seconda scelta, cioè quella secondo la quale il Conte sia morto per la fame che lo opprimeva da quasi una settimana.

Gli studi delle ossa dei prigionieri fanno inoltre pensare che il cannibalismo non sia mai stato attuato

Ugolino appare nell’Inferno sia come un dannato che come un demone vendicatore, che affonda i denti per l’eternità nel capo dell’Arcivescovo Ruggieri.

L’abitazione di Ugolino, sita sul Lungarno, dopo la sua morte venne abbattuta e sul terreno venne sparso del sale, e venne proibita la costruzione di un qualsiasi edificio sulle proprietà della famiglia del conte.

Ad oggi è ancora l’unico spazio verde che si affaccia sull’Arno a Pisa, sulla riva meridionale del fiume (attuale Lungarno Galilei).

Cappella conti Gherardesca (5)Nel 2001 l’antropologo Francesco Mallegni ha riesumato quelli che sono considerati come i resti di Ugolino e dei suoi familiari.

Le analisi del DNA delle ossa evidenziarono che si trattava di cinque individui di tre generazioni della stessa famiglia (padre, figli e nipoti), e ricerche effettuate sugli attuali discendenti dei Della Gherardesca portarono alla conclusione che i resti umani appartenevano a membri della stessa famiglia, con uno scarto del 2%, fatto peraltro più che ovvio trattandosi di una cappella funeraria privata.

Quindi l’identificazione è da ritenersi ragionevolmente sicura.

Il paleodietologo che seguì la ricerca non crede ci sia stato alcun cannibalismo: le analisi delle costole del presunto scheletro di Ugolino hanno rivelato tracce di magnesio ma non di zinco, che sarebbe invece evidente nel caso in cui avesse consumato carne nelle settimane prima del decesso.

Risulterebbe abbastanza evidente, invece, l’inedia di cui hanno sofferto le vittime prima della morte: Ugolino era un uomo molto anziano per l’epoca ed era quasi senza denti quando fu imprigionato, il che rende ancor più improbabile che sia sopravvissuto agli altri e abbia potuto cibarsene in cattività.

Inoltre, Mallegni ha sottolineato che il più anziano degli scheletri aveva la scatola cranica danneggiata: se si trattava di Ugolino, si può affermare che la malnutrizione ha peggiorato sensibilmente le sue condizioni, ma non è stata l’unica causa di morte.

chiostro San Francesco (23)Del verbale – contestato da alcuni studiosi – del 1902 relativo alla traslazione dei resti dei Della Gherardesca dal chiostro del convento francescano di San Francesco di Pisa, dove trovarono la prima sepoltura, alla cappella dove sono stati ritrovati nel 2001, redatto da Vincenzo Casaretti, segretario del Comitato per i restauri artistici della chiesa di San Francesco (1898-1909), non vi è alcuna traccia nel registro dei verbali e negli atti dello stesso Comitato oggi conservati nell’Archivio arcivescovile di Pisa.

Tuttavia il verbale in questione è pervenuto ai giorni nostri grazie ad una copia del 1928 quando sarebbe stato ritrovato sotto una delle lastre tombali della cappella Della Gherardesca durante un intervento di restauro condotto dal regime fascista interessato a fare di quel luogo la Cappella dei martiri fascisti.

teschio conte ugolinoIl Professor Francesco Mallegni, per anni direttore del laboratorio di paleoantropologia umana dell’Università di Pisa, ha studiato i resti rinvenuti nella tomba: “Le nostre conclusioni sono fatte sui resti umani trovati. Infatti abbiamo trovato le ossa di cinque scheletri maschili appartenenti a tre diverse generazioni: un uomo di 70-75 anni, due fratelli sui 45-50 anni e altri due fratelli di 20-30 anni (i nipoti di Ugolino che non erano evidentemente bambini, come voleva far credere Dante che era infuriato con Pisa e voleva rendere ancora più truce la leggenda del cannibalismo). Abbiamo poi notato numerose somiglianze nella struttura dei diversi crani e gli esami paleonutrizionali hanno confermato gli stenti, la malnutrizione e verosimilmente la morte per fame dopo un periodo a pane e acqua (attestato dalle tracce di magnesio). Inoltre l’esame del Dna ha confermato i rapporti di parentela tra i fratelli”.

Cappella conti Gherardesca (12)Quello che abbiamo ricostruito è il volto di un uomo molto anziano dall’aspetto altero, vinto ma non domato. Delle cinque persone ritrovate nella cappella dei Della Gherardesca è stato possibile ricostruire, oltre a quello di Ugolino, solo il volto del nipote Anselmuccio, che aveva 20-25 anni. Ugolino era alto e robusto. La sua dieta era fatta soprattutto di cereali, vegetali e pesce, in misura minore di carne. Negli ultimi mesi di vita si nota un calo di zinco e dunque di proteine nobili. Il che conferma che rimasero a pane e acqua. Sulla testa del conte e sul bacino di uno dei figli sono stati trovati colpi di spada inferti mentre le persone erano in vita. Il Conte Ugolino non aveva denti”.

Il Conte Ugolino nella Divina Commedia
versi 1 – 78

È uno dei canti più famosi di tutto l’Inferno.

Nelle ultime terzine del canto precedente Dante era stato attratto dalla figura di un dannato che rodeva alla nuca un altro, e mosso da curiosità verso tanta bestialità, chiede al peccatore superiore chi sia e perché si ritorce così sull’altro, ripromettendogli di portare nel mondo dei vivi la sua storia magari facendo conoscere le ragioni del suo odio se queste fossero state giustificabili.

Questo canto inizia quindi con la macabra figura di cannibalismo subito sottolineata dall’accenno alla bocca di Ugolino e dall’accenno al pasto fiero, cioè ferino, feroce. Egli solleva la bocca dal pasto feroce, pulendola con i capelli del capo che stava addentando, e comincia a parlare.

Dice che egli parlerà del disperato dolor che solo a ripensarci gli stringe il cuore, per il solo scopo di fruttare infamia al traditore che egli rode, e così inizia a parlare e lagrimar (si tratta della figura retorica dello zeugma , nella stessa espressione usata anche da Francesca da Rimini , ma con tutt’altro significato, perché in quel caso il piangere era dovuto al ricordo della lieta vita): già da questa premessa viene introdotto il senso drammatico della scena seguente e l’eco dell’odio e del dolore.

Se Dante è fiorentino, prosegue il peccatore, dovrebbe ricordarsi del Conte Ugolino della Gherardesca e dell’Arcivescovo Ruggieri di Pisa (per sé usa “fui”, per l’Arcivescovo “è” perché il diverso tempo verbale si riferisce alla carica episcopale di Ruggieri, che perdura nella “seconda vita”): in effetti Ugolino è un personaggio chiave della politica toscana del Duecento. Conte di Donoratico, di nobile e antica famiglia ghibellina, Ugolino si alleò con Giovanni Visconti, capo dei guelfi, per proteggere alcuni suoi possedimenti in Sardegna dalle mire del Comune di Pisa, retto allora dalla parte guelfa. Per questa sua ambiguità politica venne bandito una prima volta da Pisa, ma vi rientrò nel 1276 con l’aiuto di Firenze e della lega guelfa. Da allora egli fu tra coloro che di fatto diressero la politica cittadina e forse guidò anche la flotta nella battaglia contro Genova. Dopo la sconfitta della Meloria (1284 ) egli divenne podestà di Pisa, mentre Genova, Firenze e Lucca si stavano coalizzando contro Pisa: per rompere il blocco compatto degli avversari, troppo potente per essere contrastato dalla sola Pisa, egli fece passare dalla sua parte Lucca e Firenze cedendo loro alcuni castelli alle città rivali, indebolendo i confini, ma tutto sommato riuscendo a salvare la situazione. Nel 1285 si alleò con Nino Visconti, nipote di Giovanni, anche se presto tra i due nacquero alcuni dissidi circa i possedimenti sardi. Nel 1288 tornarono a Pisa i prigionieri della Meloria e, coalizzatisi attorno all’Arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capeggiarono una rivolta popolare contro il Visconti, durante un’assenza di Ugolino: tornato immediatamente in città, una nuova rivolta aizzata da Ruggieri lo fece catturare e imprigionare nella torre della Muda, dove venne lasciato a morire di fame assieme a due suoi figli adulti e due nipoti, di quali uno solo adolescente. Dante riprende le mosse dalla storia e però propende per il tradimento dell’Arcivescovo, che avrebbe fatto rientrare Ugolino a Pisa con le lusinghe di una riconciliazione. Inoltre, per un maggior rilievo drammatico, immagina che i quattro prigionieri con Ugolino siano tutti suoi figli e adolescenti. Del perché di questa scelta narrativa riparleremo più avanti.

Il racconto di Ugolino all’Inferno quindi inizia premettendo che il racconto verterà su come la morte mia fu cruda, così che Dante possa valutare poi se è giusto o no che roda il capo di Ruggieri. La storia inizia in medias res , perché Dante toscano ormai dovrebbe ben conoscere come egli fu arrestato a tradimento e imprigionato, ma nessuno, dice Ugolino, sa cosa successe veramente in quella torre.

La narrazione si avvia quindi “cinematograficamente”, inquadrando la finestrella della Torre della Muda, che da Ugolino prese il nome di “Torre della fame “, ed entrando nella stanza dei prigionieri, dove Ugolino guarda ormai la luna da molte notti. Una di queste ha un sogno che del futuro mi squarciò il velame (la violenza dell’espressione del v. 27, può indicare la durezza del colpo che esso rappresentò per Ugolino) e che è il preludio della vicenda: l’arcivescovo era a capo di una battuta di caccia sul Monte di San Giuliano (il monte che copre Lucca alla vista dei pisani) cercando il lupo e i suoi lupicini (che simboleggiano Ugolino e i suoi figli e rappresentano qui delle prede, ma anche animali a loro volta pericolosi), con cagne magre, ammaestrate e fameliche (il popolo, smagrito dalla povertà) e guidano la battuta i Gualandi , i Sismondi e i Lanfranchi, importanti famiglie di Pisa; presto i lupi sono stanchi e i cani li raggiungono ferendoli ai fianchi con i denti aguzzi.

Il giorno dopo Ugolino sente piangere i figli e li sente chiedere del pane: il racconto è interrotto da un rimprovero-sfogo di Ugolino che dice a Dante (ma anche al lettore) che è ben crudele se già non prova dolore per quello che stava per accadere: dopotutto se non piange per questo, per cosa è solito piangere? In fondo ancora Ugolino non ha detto niente di terribile, ma queste interruzioni aumentano un senso di aspettativa tragica e sottolineano il grande crescendo dell’episodio.

Nell’ora in cui di solito veniva portato il cibo però, egli sentì chiavar l’uscio (più che chiuder a chiave si intende “inchiodare”, chiudere coi chiavelli) dell’orribile torre; in silenzio Ugolino guarda in viso i figli, e il suo sguardo doveva essere già pieno di disperato strazio perché Anselmuccio dice: “Tu guardi sì, padre! Che hai?”; ma Ugolino non risponde nemmeno, incapace di parlare e di lacrimare. Passa un intero giorno e una notte e la mattina dopo (notare la scansione che dà l’idea dell’immobilità nel lento trascorrere del tempo) un raggio di sole gli mostra come la sua disperazione e magrezza siano dipinte, come in uno specchio, sui volti dei figli e per il dolore Ugolino si morde le mani. In questo passo si rivela già come Ugolino, estraneo a qualsiasi forma di pentimento o di spiritualità, si sia di fatto già trasformato in quella sorta di pietra vivente, che sarà il suo castigo nel Cocito gelato.

Al che, credendo che lo facesse per la fame, si alzarono i figli e gli offrirono di mangiar piuttosto loro, di spogliare quelle carni che lui aveva fatto: si calmò poi per non rattristarli, e quel giorno ancora e l’altro rimasero muti. Di nuovo un’invettiva che segna una pausa e prepara al successivo capitolo della tragica narrazione: “Ahi dura terra, perché non t’apristi?”

Al quarto giorno, Gaddo si gettò ai piedi di Ugolino, invocando aiuto, e così morì; e così vide cascare gli altri tre uno a uno tra il quinto giorno ed il sesto, dopo di che Ugolino già cieco, si mise a brancolare sopra ciascuno invocandoli con strazio; poi, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno. Su quest’ultimo verso alcuni hanno letto la confessione di cannibalismo , anche se confrontandolo con il resto delle parole del Conte sembra più logico interpretarlo come il fatto che più che dal dolore egli venne ucciso dalla fame. Commentatori come Francesco De Sanctis e Jorge Luis Borges (quest’ultimo nel saggio dantesco intitolato “Il falso problema di Ugolino”) hanno ipotizzato che l’espressione sia, in certa misura, deliberatamente ambigua e “oscura”, stimolando l’immaginazione del lettore, insinuando il dubbio e l’incertezza su quanto avvenne per rendere il verso più misterioso e suggestivo.

Allora Ugolino smette di parlare, storce gli occhi nel guardare Ruggieri, e con violento odio riprende a mordere il teschio misero, coi denti forti come quelli dei cani: si chiude in questa maniera smaccatamente orrorifica il racconto in prima persona più lungo dell’Inferno e Dante, nella parabola dall’incontro con i due peccatori a ora, ha descritto i motivi di quell’odio che adesso sembra quasi giustificare il supplemento di pena verso l’arcivescovo, che nel frattempo è rimasto muto e immobile come un sasso. Nella sua insaziabilità e nel continuo riproporsi del suo dolore anche Ugolino vive così un rincaro della sua pena infernale.

Scheda a cura di Franco Mariani e Nicola Nuti

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Le prime 10 foto sono del giornalista Franco Mariani

Le restanti foto, e che si riferiscono alla riesumazione effettuata nel 2001 dei resti ossei presenti nella tomba di famiglia dei Conti Della Gherardesca, sono state gentilmente concesse dall’Autore Fabio Muzzi alla Parrocchia di San Francesco di Pisa esclusivamente per la pubblicazione sul sito della parrocchia. Ogni altro utilizzo è severamente vietato senza la necessaria autorizzazione scritta dell’Autore. Photographer FABIO MUZZI Photojournalist, Via Selmi 11/B, 56010 Ghezzano (Pi) Tel- 050/877145, Cell. 368/3046797www.fabiomuzzi.it http://www.tuscanylandscapes.com – Tutti i diritti riservati all’Autore.

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