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Copia della Sacra Sindone

La copia a grandezza naturale della Sacra Sindone che si trova nella chiesa di San Francesco fu voluta ai primi anni del Duemila dall’allora parroco, Padre Dariusz Smialek.

La Sindone è un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce in un unico pezzo, lungo 4,41 metri e largo 1,13 metri, contenente la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la crocifissione. A circa 35 centimetri da ogni bordo e longitudinalmente al panno sono visibili due linee quasi simmetriche di strinature.

L’immagine è contornata da due linee nere strinate e da una serie di lacune: sono i danni dovuti all’incendio avvenuto nel coro-sacrestia della Sainte-Chapelle a Chambéry la notte tra il 3 e 4 dicembre 1532 (vedi note storiche nella parte finale di questa scheda), dove la Sindone era conservata in uno scrigno argentato. Una goccia di metallo, fuso dall’intenso calore del fuoco colato dal coperchio dello scrigno, ha perforato la stoffa allora ripiegata in quarantotto strati. Le tracce dell’acqua utilizzata per spegnere l’incendio sono ancora ben visibili. Si vedono anche tracce di bruciature più antiche che corrono lungo due linee parallele a livello delle mani incrociate (immagine frontale) e allo stesso livello della parte posteriore (immagine dorsale) dell’uomo della Sindone.

Secondo la tradizione si tratta del Lenzuolo citato nei Vangeli che servì per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro.

Questa tradizione, anche se ha trovato numerosi riscontri dalle indagini scientifiche sul Lenzuolo, non può ancora dirsi definitivamente provata.

Copia Sindone chiesa San Francesco (3)Certamente invece la Sindone, per le caratteristiche della sua impronta, rappresenta un rimando diretto e immediato che aiuta a comprendere e meditare la drammatica realtà della Passione di Gesù.

Per questo Papa San Giovanni Paolo II l’ha definita “specchio del Vangelo”.

Si vedono due impronte di un corpo umano in dimensioni reali adagiato su una metà del lino, con l’altra metà del telo ripiegato sopra la testa fino ai piedi, creando così due immagini testa a testa, una frontale e una dorsale.

L’impronta è di due colori: il corpo è di un colore seppia leggermente nebbioso (giallo-marrone) i cui bordi sembrano svanire sullo sfondo; macchie rossastre sono invece dovute alla presenza di sangue sul panno.

L’immagine frontale mostra la testa ed il viso di un uomo alto 1,80 m. con i capelli lunghi, la barba bipartita ed i baffi. La massa di capelli più marcata sul lato sinistro suggerisce che la testa fosse leggermente inclinata verso quel lato. Le macchie rossastre sono visibili sui capelli e sul viso. La più caratteristica è la macchia a forma di 3 rovesciato al centro della fronte. I tratti del volto sono funestati da quelle che sembrano essere diverse lesioni: deviazione del setto nasale, tumefazioni sotto l’occhio, sulla guancia destra, sul labbro superiore e sulla mascella.

Recenti studi computerizzati hanno rivelato impronte circolari in corrispondenza di entrambi gli occhi. Queste potrebbero essere dovute a monete. Sulla destra del petto c’è l’immagine di un taglio di circa 4,5 per 1,5 centimetri da cui emerge una grande macchia di sangue.

È possibile vedere i due avambracci incrociati sul pube con la mano sinistra sul polso destro. Macchie di sangue sono chiaramente visibili sul polso sinistro e su entrambi gli avambracci.

L’immagine dorsale mostra una serie di rivoli di sangue correre giù dalla nuca al collo.

Numerosi segni di flagello sono evidenti dalle spalle fino alle caviglie.

È molto evidente un flusso di sangue trasversale nella regione lombare.

Copia Sindone chiesa San Francesco (2)L’immagine dorsale mostra anche i piedi, soprattutto il piede destro. Nella parte centrale del piede destro c’è una zona chiaramente più scura che corrisponde alla ferita di un chiodo. Due diversi rivoli di sangue fuoriescono da questa ferita, uno verso le dita dei piedi e uno verso il tallone.

Volto e nuca

Dallo studio medico legale dell’impronta impressa sulla Sindone, risulta evidente come l’uomo che vi fu avvolto sia stato percosso nelle ore precedenti la sua morte. Osservando il volto, si notano delle tumefazioni che sembrano potersi identificare con ematomi, particolarmente visibili sull’emivolto destro, che si presenta più gonfio di quello sinistro. Inoltre si rivelano segni attribuibili a ferite lacero-contuse, particolarmente in corrispondenza delle arcate orbitali. La piramide nasale è deviata a causa di una frattura. Sulla fronte, sulla nuca e lungo i capelli sono evidenti numerose colature di sangue, ad andamento sinuoso, che sgorgano da ferite da punta di piccolo diametro. Tali ferite, disposte a raggiera intorno al capo e che salgono sin sulla sommità della calotta occipitale, sembrano provocate dall’imposizione sul capo di un casco di aculei acuminati. Da notare la colatura al centro della fronte sgorgata da una ferita della vena frontale, che assume la caratteristica forma di un 3 rovesciato, poiché segue l’andamento delle rughe della fronte. Le righe orizzontali scure che delimitano il volto e la nuca sono dovute a pieghe del tessuto.

Tronco e dorso

La cute del tronco e del dorso presenta oltre un centinaio di ecchimosi escoriate, consistenti in figure tondeggianti e abbinate, lunghe circa due centimetri, visibili anche sugli arti inferiori. Sembrano lesioni provocate dal flagello, strumento romano di tortura costituito da un manico di legno da cui si dipartono delle corde al termine delle quali sono fissati i “taxilli”, dei piccoli piombi a forma di manubrio, affiancati a due a due. In alcuni punti sono anche visibili i segni avvolgenti lasciati da tali corde. All’altezza della zona scapolare sinistra e sovrascapolare destra si osservano delle ecchimosi a forma quadrangolare, riferibili ai segni lasciati da un oggetto pesante e ruvido che può essere identificato con il “patibulum”, l’asse orizzontale della croce che a volte il condannato portava su di sé sino al luogo dell’esecuzione. Sulla parte destra del petto spicca una grande chiazza di sangue che fuoriesce da una ferita di forma ovoidale all’altezza del quinto spazio intercostale destro. Le caratteristiche di questa ferita sono importanti, in quanto mostrano che essa fu inferta dopo la morte del soggetto. Anche il sangue che ne sgorga, la cui colatura continua sul dorso all’altezza delle reni, evidentemente per uno svuotamento della cavità toracica al momento della deposizione in orizzontale del cadavere, si presenta circondato da un alone sieroso costellato da macchie rossastre, come avviene per il sangue uscito da un cadavere in cui la parte sierosa si è già separata da quella corpuscolata.

Arti superiori e mani

Le braccia (la cui immagine non è più visibile a causa della strinatura del tessuto dovuta all’incendio di Chambéry) sono distese. Sugli avambracci, che presentano una leggera flessione verso l’interno all’altezza dell’articolazione del gomito, sono visibili lunghe colature di sangue. La mano sinistra è sovrapposta alla destra. Sul polso sinistro è ben visibile una caratteristica chiazza di sangue formata da due colature divergenti, il cui angolo è riferibile alle due diverse posizioni assunte dal condannato sulla croce: quella accasciata e quella sollevata. Il sangue fuoriesce da una ferita di forma ovale, riconducibile alla lesione da uno strumento da punta, quale un chiodo, sul quale sia stata esercitata una trazione. Particolarmente interessante è la localizzazione di tale ferita, che non si presenta nel palmo della mano, secondo l’iconografica tradizionale della crocifissione, ma nel polso, esattamente in uno spazio libero tra le ossa del carpo, chiamato “spazio di Destot”. L’infissione in tale sede corrisponde a esigenze di sicurezza del fissaggio degli arti superiori alla croce: i tessuti del palmo non possono, infatti, reggere il peso del corpo senza lacerarsi. Il fatto che l’inchiodamento degli arti superiori dei crocifissi non avvenisse nel palmo è stato anche confermato dal ritrovamento nei pressi di Gerusalemme dello scheletro di un crocifisso del I secolo. Un’analoga ferita è presente anche sul posto destro, ma non è visibile perché coperta dalla mano sinistra.

Arti inferiori

Gli arti inferiori sono ben individuabili sia nella figura anteriore che in quella posteriore. Su di essi sono evidenti i caratteristici segni del flagello. Entrambe le ginocchia presentano delle escoriazioni, molto probabilmente dovute a cadute, poiché in queste zone, come sulle piante dei piedi, sono state individuate tracce di terriccio. Da notare ancora che il ginocchio sinistro è stato fissato dalla rigidità cadaverica in posizione più flessa rispetto al destro, e perciò l’arto sinistro risulta nell’immagine più corto del destro. I piedi sono ben visibili nell’impronta posteriore, mentre su quella anteriore risulta evidente una macchia di sangue, ma non l’impronta somatica dell’arto. La pianta del piede destro è nitidamente impressa, mentre del sinistro è visibile solo la parte posteriore, in prossimità del tallone. Ciò suggerisce che la crocifissione sia avvenuta utilizzando un solo chiodo e sovrapponendo il piede sinistro al destro. Sulla pianta del piede destro si nota il foro di uscita del chiodo, da cui si dipartono rivoli di sangue che scendono verso le dita. Altri invece scendono verso il calcagno e sono fuoriusciti dunque al momento della deposizione, quando il corpo si trovava in posizione orizzontale.

Bruciature, aloni e lacune

Copia Sindone chiesa San Francesco (3)Nel 1532 scoppiò un incendio nella cappella del castello ducale di Chambéry, dove era conservata la Sindone ripiegata in una cassetta d’argento. Una goccia di metallo fuso caduta sul Lenzuolo ne trapassò tutti gli strati, distruggendone il tessuto. Questo spiega il ripetersi simmetrico delle caratteristiche lacune a forma di triangolo. Le due linee nere strinate che corrono ai lati della figura sono dovute al contatto con la parete surriscaldata della cassetta.

Tali lacune furono riparate dalle Clarisse di Chambéry nel 1534, che provvidero a coprirle con delle toppe. Per rinforzare la struttura del Lenzuolo danneggiato dall’incendio, le suore cucirono inoltre la Sindone e le toppe su di un tessuto di lino, detto telo d’Olanda.

Per motivi di conservazione del telo sindonico, tali toppe sono state rimosse nel 2002, ed il telo d’Olanda venne sostituito con un nuovo tessuto di supporto, riconoscibile sotto le bruciature per il diverso colore e la differente trama.

Aloni d’acqua

Le macchie a forma di rombo, che si ripetono più volte al centro e lungo i bordi del lenzuolo stesso, sono dovute a dell’acqua che ha bagnato il tessuto in qualche momento della storia della Sindone. Anche in questo caso le impronte appaiono ripetute in modo simmetrico a causa della modalità di piegatura del Lenzuolo. Il bordo seghettato dell’alone è dovuto alle sostante presenti sul Lenzuolo trasportate dall’acqua. Tracce di bruciatura anteriori all’incendio di Chambéry

Sulla Sindone sono evidenti ulteriori lacune tondeggianti, anch’esse a decorso simmetrico. Tuttavia la diversa disposizione rispetto alle bruciature di Chambéry suggerisce un sistema di piegatura differente. Tali bruciature sono sicuramente anteriori all’incendio del 1532, in quanto già documentate in una copia pittorica della Sindone del 1516, oggi conservata a Lierre, in Belgio.

Le lacune agli angoli superiori e la striscia riportata

Lungo tutto il margine che convenzionalmente si indica come superiore (la Sindone viene infatti esposta con l’impronta anteriore alla sinistra di chi guarda) è stata anticamente cucita una striscia dello stesso tessuto della Sindone. Si ignora la ragione di un tale riporto, anche se sono state fatte molte ipotesi. Ai bordi estremi questa striscia presenta due vistose lacune, sotto le quali compare il tessuto di supporto. Anche in questo caso non si conosce quando e perché avvenne questa mutilazione, certamente antica. Lungo il margine inferiore della lacuna in alto a sinistra di chi guarda vi è la zona da cui vennero effettuati i prelievi di due campioni di tessuto: nel 1973 per indagini merceologiche sul tessuto e nel 1988 per la radiodatazione con il metodo del C14.

Immagine in positivo

La fotografia in bianco e nero del volto dell’uomo della Sindone evidenzia come la differenza di tonalità tra i valori chiari e quelli scuri dell’impronta sia talmente ridotta che l’occhio riesce a percepire soltanto le fattezze di un volto umano nella sua globalità, mentre i particolari non sono facilmente individuabili e comprensibili. L’immagine presenta un volto con una distribuzione di luminosità che è esattamente opposta a quella che percepiamo nella realtà in cui le parti più sporgenti presentano tonalità più chiare rispetto a quelle relative a strutture anatomiche più lontane. L’impronta sindonica si comporta, pertanto, come un negativo fotografico. Diverso è il comportamento delle macchie di sangue, direttamente decalcate sul tessuto.

Immagine in negativo

Nel negativo della fotografia della Sindone è evidente come i chiaroscuro siano invertiti rispetto ad un negativo fotografico normale. Inoltre è presente la trasposizione spaziale, il cui effetto consiste nello scambio della parte destra con la sinistra e viceversa. Il telo, che è di colore chiaro, appare scuro, mentre le macchie corrispondenti alle zone anatomiche in rilievo risultano chiare, con sfumature di intensità che rispecchiano l’andamento curvilineo del volto. Ci troviamo quindi di fronte al vero aspetto dell’uomo della Sindone come potremmo osservarlo se si trovasse di fronte a noi, compreso il corretto posizionamento delle parti destra e sinistra.

Note Storiche

Copia Sindone chiesa San Francesco (5)I primi documenti che parlano della Sindone sono le descrizioni della sepoltura di Gesù contenute nei vangeli: “Giuseppe [di Arimatea], prese il corpo [di Gesù], lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia” (Mt 27,59-60a).

La domenica mattina quando Pietro e Giovanni, avvisati dalle donne, giungono al sepolcro non vi trovano più il corpo di Gesù che è risorto, ma trovano solo la Sindone e gli altri teli sepolcrali: “Pietro […] entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo […] e vide e credette” (Gv 20,6-8).

Cosa accadde successivamente non è possibile saperlo con precisione.

Esistono però molte testimonianze che raccontano che già nei primissimi secoli dopo la resurrezione di Gesù i suoi teli funebri, compresa la Sindone, erano gelosamente conservati e venerati dai cristiani.

Nel V-VI secolo si possono leggere testi che affermano che nella città di Edessa (oggi Urfa, in Turchia sul confine con la Siria) era conservato un ritratto di Gesù (chiamato con la parola greca Mandylion che significa “asciugamano”) “non fatto da mano umana”, impresso su una tela.

Secondo una leggenda era stato inviato al re di Edessa, Abgar, da Gesù stesso che vi aveva impresso miracolosamente il suo volto. Alcuni studiosi ritengono che possa essere proprio la Sindone conservata oggi a Torino, che a quei tempi veniva esposta al pubblico ripiegata in otto parti in modo da mostrare solo il volto e nascondere il resto del corpo.

Nel X secolo il Mandylion viene trasferito a Costantinopoli (che all’epoca era la più grande e ricca città d’Europa e del Medio Oriente essendo la capitale dell’Impero Bizantino). Nella Biblioteca Nazionale di Budapest è ancora oggi conservato un interessante manoscritto (il manoscritto Pray) che risale al XII secolo, e che riporta una miniatura raffigurante l’unzione del corpo di Gesù e la visita delle donne al suo sepolcro. Un angelo indica con la mano la Sindone che, esattamente come quella oggi conservata a Torino, mostra la tessitura a spina di pesce e i piccoli fori rotondi nello stesso numero e nella stessa identica disposizione a “L”.

Robert de Clari era un cavaliere francese che partecipò alla IV Crociata. Siamo nel 1204. Nel suo diario, oggi conservato nella Biblioteca Reale di Copenaghen, riferisce di aver visto in una chiesa di Costantinopoli la Sindone di Gesù e precisa che, quando veniva esposta ogni venerdì, “si poteva vedere bene tutto il suo corpo come se fosse in piedi”. Robert de Clari aggiunge poi che pochi mesi dopo i crociati saccheggiarono Costantinopoli e rubarono tutti gli oggetti preziosi in essa conservati, compresa la Sindone.

È probabile che sia stato un francese a rubare la Sindone perché in una lettera scritta nel 1205 da un membro della famiglia imperiale al Papa per richiederne la restituzione, lo scrivente dice di sapere che la Sindone era stata portata ad Atene che nel frattempo era stata conquistata dai francesi.

Passa oltre un secolo prima di riavere notizie della Sindone: sappiamo che verso il 1350 il cavaliere francese Geoffroy de Charny fa costruire una chiesa a Lirey (una piccola città non lontana da Parigi) per custodire e mostrare ai fedeli la Sindone.

Come ne sia entrato in possesso non lo sappiamo, ma si sa che un avo della sua seconda moglie partecipò alla IV crociata e questo è sicuramente un indizio molto interessante.

A metà dell’Ottocento fu ritrovato a Parigi infondo alla Senna un medaglione di bronzo appartenuto ad un pellegrino che verso il 1350-1360 si era recato a Lirey per venerare la Sindone ed evidentemente lo aveva portato a casa per ricordo. Su di esso è raffigurata la Sindone con la doppia immagine, il tessuto a spina di pesce e gli stemmi della famiglia de Charny. È la prima testimonianza certa dell’esistenza di pellegrinaggi alla Sindone in Europa.

Nel corso della prima metà del ‘400, a causa dell’acuirsi della Guerra dei Cento Anni, Marguerite de Charny ritirò la Sindone dalla chiesa di Lirey (1418) e la portò con sé nel suo peregrinare attraverso l’Europa.

Finalmente ella trovò accoglienza presso la corte dei Duchi di Savoia, alla quale erano stati legati sia suo padre sia il secondo marito, Umbert de La Roche.

Fu in quella situazione che avvenne, nel 1453, il trasferimento della Sindone ai Savoia, nell’ambito di una serie di atti giuridici intercorsi tra il duca Ludovico e Marguerite. La Sindone rimarrà di proprietà della famiglia Savoia fino al 1983, quando l’ultimo re d’Italia, Umberto II, prima di morire, la donò ufficialmente a Papa San Giovanni Paolo II che ne ha affidato la custodia all’Arcivescovo di Torino.

I Savoia fanno costruire a Chambéry, la capitale del loro Ducato, una chiesa, la Sainte-Chapelle, per custodire la Sindone.

Nel 1532 un incendio, scoppiato proprio nella Sainte-Chapelle, danneggia la Sindone provocando danni visibili ancora oggi.

Due anni dopo le suore Clarisse di Chambéry la restaurano chiudendo i buchi provocati dall’incendio con delle toppe che verranno eliminate solo nel 2002. Nel 1562 Emanuele Filiberto, duca di Savoia, trasferisce la capitale del ducato da Chambéry a Torino e pochi anni dopo, nel 1578, fa altrettanto con la Sindone.

La motivazione ufficiale è quella di abbreviare il viaggio dell’Arcivescovo di Milano, San Carlo Borromeo, che intendeva recarsi a Chambéry a piedi per venerarla e sciogliere un voto fatto in occasione di una grave pestilenza che colpì la città di Milano.

Da allora, salvo due brevi intervalli, la Sindone è rimasta sempre a Torino fino ad oggi.

Nel secolo successivo i Savoia incaricarono l’architetto Guarino Guarini di costruire, tra la Cattedrale ed il Palazzo Reale, una cappella per conservare degnamente la Sindone. Il 1° giugno 1694 la Sindone fu trasferita nella Cappella dove è stata conservata fino al 1993.

II 1898 è un anno di fondamentale importanza per la Sindone. Accade un fatto a prima vista banale ma che si rivelerà di enorme importanza: il fotografo torinese Secondo Pia viene incaricato di fotografare per la prima volta nella storia la Sindone.

Il 25 maggio egli scattò alcune fotografie di prova e il 28 maggio quelle ufficiali: l’esame delle lastre fotografiche (a quell’epoca erano passati solo cinquant’anni dall’invenzione della fotografia e le fotografie venivano realizzate su lastre di vetro) rivelò che l’immagine ha le caratteristiche di un negativo fotografico con i chiari e gli scuri invertiti rispetto alla realtà. Inoltre il possedere un’immagine fotografica consentì agli studiosi di iniziare lo studio scientifico della Sindone.

Tali studi non sono mai cessati e ancora oggi, nonostante i grandi progressi delle conoscenze scientifiche, vi sono molti aspetti oscuri che non è stato ancora possibile comprendere a fondo.

La Sindone verrà fotografata ufficialmente altre sette volte: nel 1931, nel 1969 (la prima fotografia a colori), nel 1997, nel 2000 e nel 2002.

Nel 2008 e nel 2010 la Sindone è stata fotografata in alta definizione. A causa della Seconda Guerra Mondiale, dal 1939 al 1946, la Sindone viene nascosta per motivi di sicurezza nell’Abbazia di Montevergine, Avellino. Nel 1993 la Sindone viene trasferita nel coro della Cattedrale di Torino per consentire il restauro della Cappella del Guarini.

La sera dell’11 aprile 1997, quando i lavori di restauro stavano per concludersi, nella Cappella scoppia un furioso incendio che la danneggia gravemente.

La Sindone non subisce alcun danno anche perché, per precauzione, viene portata via dai vigili del fuoco.

Dal 1998 la Sindone è conservata in una nuova teca moderna, completamente distesa, in posizione orizzontale, protetta dalla luce e immersa in argon, un gas inerte. Dal 2000 la Sindone ha trovato sistemazione definitiva in una cappella appositamente restaurata del Duomo di Torino, al di sotto del palco reale.

Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta ad un’importante operazione di restauro: sono state tolte le toppe cucite nel 1534 sui buchi provocati dall’incendio ed è stato sostituito il telo d’Olanda sul quale allora era stata cucita.

In occasione dell’ostensione del 2010 è stato possibile vederla per la prima volta dopo il restauro.

Numerose sono state le teorie proposte in questi cento e passa anni di studi, e tanti sono stati anche i tentativi sperimentali di riprodurre (a partire da un cadavere o attraverso un metodo artificiale) un’immagine simile a quella sindonica.

Qualcuno ha pensato che a generare l’impronta siano state le reazioni chimiche tra vapori di ammoniaca emessi dal cadavere e l’aloe e la mirra (sostanze profumate vegetali usate nell’antichità per onorare i cadaveri) presenti sul lenzuolo; altri hanno pensato che si possa trattare di una radiazione proveniente dal corpo o da qualche sorgente esterna al corpo; alcuni hanno effettuato esperimenti utilizzando l’energia termica generata da una statua di metallo riscaldata; altri ancora hanno provato ad usare ocra rossa per dipingere un’immagine su di un telo, ecc.

Ma in nessun caso però i risultati sperimentali risultano veramente soddisfacenti (cioè capaci di realizzare un’immagine simile a quella della Sindone) e alcune caratteristiche dell’immagine sindonica appaiono fino ad oggi irriproducibili.

I risultati ottenuti consentono però di affermare con certezza che l’immagine è stata prodotta, attraverso un procedimento naturale, dal cadavere di un essere umano, e di escludere che sia dovuta all’opera di un artista tramite l’uso di una qualsivoglia tecnica di riproduzione.

Copia Sindone chiesa San Francesco (4)Infatti gli scienziati americani del gruppo di ricerca denominato STURP (Shroud of Turin Research Project) che nel 1978 effettuarono esperimenti diretti sulla Sindone accertarono, mediante una complessa serie di esami, la mancanza sul lenzuolo di pigmenti e coloranti, dimostrando inoltre che l’immagine corporea è assente al di sotto delle macchie di sangue (e dunque si è formata successivamente ad esse), che interessa il tessuto per uno spessore di appena alcuni centesimi di millimetro e che “è dovuta ad un’ossidazione-disidratazione della cellulosa delle fibre superficiali del tessuto”; avvenuta tramite un processo di formazione ancora ignoto e certamente non dovuto all’uso di mezzi artificiali.

Le macchie di colore rosso visibili sulla Sindone sono da sempre state considerate macchie di sangue. Ma la certezza assoluta richiedeva un esame dettagliato del materiale presente su tali macchie.

Nel 1978 alcuni campioni di questo materiale sono stati prelevati da due equipe di studiosi (una italiana e una americana) e gli esami da loro effettuati negli anni successivi hanno permesso di accertare la presenza di sangue umano di gruppo AB. Nel 1973 e nel 1978 vennero effettuati sulla Sindone, mediante l’applicazione di nastri adesivi, alcuni prelievi di microtracce, rinvenendo granuli di polline appartenenti a 58 piante fiorifere. Poichè alcuni di essi provengono da piante che crescono solo in Palestina e in Anatolia (nell’attuale Turchia) si può concludere che è altamente probabile la permanenza prolungata della Sindone, oltre che in Europa, anche in tali regioni.

Ulteriori ricerche, condotte anche da studiosi israeliani, hanno permesso la scoperta di altri tipi di piante, scoperta che ha consentito di confermare la suddetta ipotesi. Nel 1977 alcuni scienziati americani sottoposero ad elaborazione elettronica l’immagine della Sindone (effettuandone in pratica una speciale scannerizzazione) scoprendo che essa contiene in sé caratteristiche tridimensionali non possedute né dai dipinti né dalle normali fotografie.

Un anno dopo un’equipe di studiosi torinesi ottenne, indipendentemente, immagini tridimensionali ad alta definizione tali da mettere in evidenza numerosi particolari altrimenti non visibili, come, ad esempio, le tracce sulla palpebra destra lasciate da un oggetto molto probabilmente identificabile con una moneta romana coniata nella prima metà del primo secolo d.C.

Inoltre riuscirono ad ottenere un’ulteriore immagine del volto privo delle ferite e delle colature di sangue, ricavando in tal modo il volto reale dell’uomo della Sindone.

Qualche anno dopo effettuarono l’elaborazione elettronica in parallelo del volto dell’uomo della Sindone e delle principali icone del volto di Gesù risalenti al primo millennio dell’era cristiana evidenziando un altissimo numero di caratteristiche simili, tali da far ritenere molto probabile l’ipotesi che il volto dell’uomo della Sindone sia stato il prototipo dell’iconografia cristiana (almeno a partire dal VI secolo). Nel 1988 furono prelevati dalla Sindone tre campioni di tessuto per essere sottoposti alia datazione con il metodo del radiocarbonio (il cosiddetto C14).

I risultati ottenuti dai tre laboratori incaricati dell’esame assegnarono al tessuto sindonico una data compresa tra il 1260 e il 1390 d.C.

Questi risultati sono tuttora argomento di un ampio dibattito circa l’attendibilità dell’uso del metodo del radiocarbonio per datare un oggetto con caratteristiche storiche e chimico-fisiche così particolari come quelle della Sindone.

La datazione medioevale contrasta con vari risultati ottenuti in altri campi di ricerca ed inoltre non è facile accertare se nel corso dei secoli non si sia aggiunto nuovo C14 a quello presente al momento del taglio del lino utilizzato per tessere la Sindone.

Studi effettuati su tessuti antichi hanno ulteriormente riaperto il dibattito scientifico sulla datazione della Sindone, fornendo risultati sperimentali che sembrano provare che contaminazioni di tipo tessile, biologico e chimico sono in grado di alterare considerevolmente l’età radiocarbonica di un tessuto.

Poiché la Sindone è certamente stata sottoposta a contaminazioni di tipo sia biologico (lo provano le microtracce ritrovate su di essa) sia chimico (in conseguenza dell’incendio patito a Chambéry), i suddetti risultati sperimentali meritano di essere attentamente studiati e verificati mediante la realizzazione di un ampio programma di ricerche e di nuovi esami che consenta di valutare il problema dell’introduzione di un opportune fattore di correzione alla data radiocarbonica del tessuto sindonico.

Pertanto al momento attuale il problema della datazione del tessuto sindonico risulta non ancora risolto.

Nel 1992 una commissione internazionale di scienziati venne incaricata di individuare un nuovo e più moderno metodo di conservazione della Sindone.

SindoneDopo alcuni anni di studio e di verifiche, furono progettate due nuove teche: una, di massima sicurezza, che è stata usata per le ostensioni del 1998, del 2000 e del 2010, ed una, più leggera, per la conservazione ordinaria.

In essa la Sindone è sistemata orizzontalmente, completamente distesa, immersa in argon, un gas inerte, protetta dalla luce e mantenuta in condizioni climatiche (temperatura, umidità, pressione) costanti, tenute sotto controllo da un sistema di monitoraggio computerizzato.

La conservazione in un gas inerte come l’argon (che non reagisce con i più comuni elementi chimici) è indispensabile per impedire lo sviluppo di batteri e per interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto (provocato dal naturale processo di ossidazione dovuto all’ossigeno dell’atmosfera) che è responsabile della progressiva riduzione di visibilità dell’immagine.

Le due nuove teche hanno la forma di un parallelepipedo, le cui superfici laterali ed inferiore sono realizzate in una lega metallica e la cui superficie superiore e fatta di vetro a prova di proiettile.

Nel 2002 la Sindone e stata sottoposta ad un’importante e indispensabile operazione di restauro: sono state tolte le toppe cucite nel 1534 sui buchi provocati dall’incendio ed è stato sostituito il telo d’Olanda sul quale allora era stata cucita.

II restauro ha permesso di asportare i materiali inquinanti presenti sotto le toppe, residui dell’incendio di Chambery del 1532, materiali che sono stati accuratamente raccolti in appositi contenitori sigillati e catalogati.

L’operazione di miglioramento delle condizioni di conservazione della Sindone effettuata nel decennio 1992-2002 costituisce una pietra miliare nella storia della Sindone, in quanto garantisce condizioni ottimali e moderne di conservazione che permetteranno alle generazioni future di continuare ad ammirare questa immagine unica e affascinante.

Scheda a cura di Franco Mariani e Nicola Nuti

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Foto del giornalista Franco Mariani

Copia Sindone chiesa San Francesco (4)

 

 

 

 

 

 

 

Copia Sindone chiesa San Francesco (6)

 

 

 

 

 

 

 

Copia Sindone chiesa San Francesco

 

 

 

 

 

 

 

Copia Sindone chiesa San Francesco (5)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Copia Sindone chiesa San Francesco (3)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Copia Sindone chiesa San Francesco